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LA PERCEZIONE: TRA ARTE VISIVA E DEGUSTAZIONE.

La percezione è un fenomeno, qualcosa cioè che appare in termini immediati in una data situazione, non dipendente dalla nostra volontà. Si può dire che si tratta di un’organizzazione delle informazioni sensoriali. Un processo organizzato che utilizza operazioni di sezione, analisi e coordinamento delle informazioni relative ad un certo stimolo fino a strutturare lo stimolo in un’unità coerente e significativa fatta di parti in relazione tra loro…
ok, semplifico: la percezione non è una copia precisa della realtà, ma il risultato di complesse operazioni fisiche, fisiologiche e psicologiche. Siamo quindi nell’ambito della SOGGETTIVITÁ.
La percezione non potrà MAI essere oggettiva.
Questo dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo a tutti quelli che hanno un timore reverenziale nell’esprimere un parere davanti all’intenditore di turno. Il mio però, sia chiaro, non è un invito a dire qualsiasi cosa ci passi per la mente. Esiste pur sempre la ragione.
L’organizzazione percettiva avviene tramite l’organizzazione e l’analisi di alcuni elementi, noi prenderemo in considerazione ora alcuni dei cosiddetti principi gestaltici, quegli elementi per lo meno che possono trovare una base comune nella lettura di un’opera e in quella di un vino.
Iniziamo (semplificando):
1) Prossimità: tendenza ad unificare gli elementi vicini.
2) Somiglianza: tendenza ad unificare gli elementi simili.
3) Buona prosecuzione: gli elementi che formano linee rette o curve regolari, tendono ad essere raggruppati.
4) Chiusura: quando ad una “forma” manca una parte si tende a percepirla come chiusa o completa.
5) Destino comune: elementi che si muovono in una stessa direzione tendono ad essere percepiti come unità.
6) Esperienza passata: l’abitudine non fa percepire elementi se posti in posizioni insolite.
7) Pregnanza: elementi imperfetti tendono ad essere percepiti come “buoni”: regolari, semplici, simmetrici e stabili.
Esistono poi quelle che si chiamano costanze percettive, processi in base al quale percepiamo gli “oggetti” e gli elementi del mondo circostante come stabili e invarianti, nonostante i continui cambiamenti delle stimolazioni prossimali. Queste permettono un risparmio di energie psicologiche, favorendo l’adattamento all’ambiente che diventa così stabile e prevedibile. Le costanze che ci interessano, nella comparazione tra opera e vino, sono:
1) Costanza della grandezza: si tiene conto degli indizi di profondità presenti nell’ambiente. Gli “oggetti” sono inseriti in un contesto e la grandezza è una proprietà del campo percettivo, generata dalla relazione tra questo oggetto e l’ambiente di riferimento. Una relazione che rimane stabile.
2) Costanza di forma: abbiamo la tendenza ad attribuire la stessa forma agli “oggetti”, a dispetto della varietà di forma che essi proiettano sulla retina (o sul palato). Anche questa una proprietà di campo, dipendente quindi dalla relazione con gli altri elementi del contesto.
3) Costanza di colore: un colore lo percepiamo in costanza, nonostante le diverse variazioni della luminosità.
Se siete arrivati fino a qui nella lettura, vi starete a questo punto chiedendo: “Ok, dal punto di vista visivo, dell’opera, è tutto chiaro, ma cosa c’entra con la percezione del vino?” C’entra, c’entra… ma non ve lo racconto subito, pensateci un attimo e se ne avete voglia, lasciate qui sotto un’ipotesi!

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