Modelli interpretativi

Il dibattito sull’Arte, su cosa sia e a cosa serva e la questione della relatività del “bello” è una querelle annosa. Non pretendiamo certo di dare qui una risposta, ma in questo spazio prenderemo in considerazione alcuni dei metodi teorici di interpretazione dell’Arte del XX e XXI secolo, per fornire delle lenti tramite cui guardarla.  Strumenti da mettere nella nostra cassetta degli attrezzi. Ai più attenti non sfuggiranno possibili analogie tra l’interpretazione dell’arte e quella del vino. La complessità con cui spesso si intrecciano i vari modelli critici, ci suggerisce subito di non insistere su una coerenza metodologica.

I modelli critici che ho deciso di prendere in considerazione sono quattro: quello psicoanalitico, la storia sociale dell’arte, il formalismo e lo strutturalismo e infine il postrutturalismo e la decostruzione.

1. Modello psicoanalitico

Freud sviluppa la psicoanalisi (in Austria) nello stesso momento in cui sorge l’arte modernista. Molti termini psicoanalitici sono entrati così nel vocabolario di base dell’arte e della critica. L’arte e la psicoanalisi hanno condiviso diversi interessi, tra cui il fascino per i sogni, per le origini, per il “primitivo”, per i disegni dei bambini e dei malati di mente, per i meccanismi della soggettività e della sessualità. Il “primitivismo”, l’andare all’origine, fu interpretato sia come un andare all’esplorazione delle popolazioni tribali, sia come revisione delle convenzioni occidentali della rappresentazione.  Ad incarnare per primi questa tendenza furono i surrealisti.

Eredi del Surrealismo e del metodo psicoanalitico (dopo la botta d’arresto del Nazismo e della Seconda Guerra mondiale) furono il movimento dell’arte Informale, dell’Espressionismo astratto e Cobra per citarne alcuni, che spostarono l’attenzione dai meccanismi della psiche individuale agli archetipi dell’inconscio collettivo immaginato da Jung. Fino ad arrivare all’arte femminista che lo usò in chiave critica, contro l’ideologia patriarcale che segnava anche la psicoanalisi. Freud infatti aveva associato la femminilità alla passività. La stessa impronta fu usata dagli artisti gay che volevano smascherare il lavoro psichico dell’omofobia, così come dagli autori postcoloniali per svelare la posizione razzista delle altre culture.

Un’altra tendenza psicoanalitica che gli artisti e i critici iniziarono a seguire fu quella del “rapporto con l’oggetto” associata alla psicanalista Melanie Klein e a Winicott (in Gran Bretagna). Mentre Freud vedeva la vita come stadi che il bambino attraversa, Klein vedeva posizioni che rimangono aperte nella vita adulta. Queste posizioni secondo la studiosa sarebbero dominate dalle fantasie originarie del bambino oscillanti tra visioni di distruzione e riparazione. Per alcuni critici questa psicanalisi rappresenta una svolta nell’arte degli anni Novanta, cioè corrisponde al passaggio del desiderio sessuale con l’ordine sociale all’interesse per le pulsioni corporee in rapporto alla vita e alla morte.

Un corpo che spesso appare in forma martoriata, un fascino per il trauma sia individuale che collettivo, influenzato anche da fattori sociali come l’epidemia di AIDS, portano gli artisti a creare un’estetica del lutto e della malinconia.

La psicanalisi rimane sempre, anche oggi, una fonte per la critica d’arte, anche se il ruolo nel fare arte è comunque sempre ambiguo. Questa critica di stampo freudiano si può dividere in due approcci, quello delle interpretazioni simboliche come se l’opera fosse un sogno da decodificare secondo un messaggio latente sotto un contenuto manifesto: “Questa non è una pipa, è un pene”. Trasformando l’arte nella codifica di un indovinello. Un metodo che si adatta bene al metodo tradizionale della storia dell’arte noto come “iconografia”.

Dall’altra parte questo modello interpretativo pone l’attenzione sui processi e le loro dinamiche, le forze inconsce che operano nel fare e nel guardare arte. Freud sosteneva “Il vero godimento dell’opera poetica proviene dalla liberazione di tensioni nella nostra psiche”, in altre parole, il godimento e il piacere che proviamo davanti ad un’opera d’arte sarebbe in grado di trovar soluzione ai nostri nodi. Questo modello di interpretazione psicoanalitica tiene in considerazione l’effetto dell’opera sul soggetto, sia dell’artista che dello spettatore (e ovviamente del critico). Sembra porre cioè l’opera nella veste dell’analista più che dell’analizzato.

2) Storia sociale dell’arte