Videoarte

Pensateci un attimo, che cos’è un video se non un quadro in movimento? Molti artisti che utilizzano il video sono anche pittori o scultori. A differenza del cinema, la videoarte non ha lo scopo di intrattenere, né possiede una trama. Non ha intenti narrativi.  Immaginatevi un quadro, una superficie bidimensionale in grado di dilatarsi nel tempo. Il tempo e il movimento – le due unità inseguite dagli artisti nel corso dei secoli – ad un tratto possono essere catturati nella bidimensionalità dell’immagine video.

Siamo negli anni ’50 quando il video inizia ad essere concepito come opera d’arte autonoma. Uno dei primi ad utilizzarlo fu il coreano Nam June Paik, seguito poi dagli esponenti di Fluxus (di cui vi parlerò certamente in un articolo a loro dedicato) e Charlotte Moorman, solo per citarne alcuni.

Proviamo a semplificare dicendo che i video possono essere divisi tra quelli trasmessi semplicemente su monitor (magari monitor associati tra loro come nelle opere di Bruce Nauman) e quelli più complessi che necessitano di una videoproiezione, in cui l’opera prende un carattere ambientale avvolgendo lo spettatore.

Un esempio di videoarte “ambientale” ce lo possono fornire le opere di Bill Viola che sicuramente approfondiremo.

Esistono video montati come loop, con filmati circolari che terminano esattamente nel punto in cui erano cominciati, una sorta di circolo vizioso (potete andare a vedere a tal proposito le opere di Rodney Graham).

Oppure vengono proiettati filmati diversi in contemporanea, per dimostrare per esempio il possibile sdoppiamento di una situazione, di un concetto, o anche lo sdoppiamento della personalità, mettendo lo spettatore costantemente davanti ad una scelta che lo porta a reindirizzare l’attenzione di momento in momento (si vedano le opere di Shirin Neshat).

Altre volte le proiezioni fanno parte di un’opera più complessa venendo proiettati non più solamente su degli schermi, ma per esempio sul mobilio, a terra, su degli oggetti, su dei quadri…

Troviamo video come fossero dei diari di immagini (come per l’inglese Gillian Wearing) o filmati manipolati con interventi computerizzati (accentuare il colore con queste manipolazioni per esempio, non è distante dalla tecnica dei Fauves).

Gli artisti sfruttano insomma tutte le possibilità a disposizione, a volte mescolandole tra loro, per trasmettere al meglio ciò che si prefiggono di comunicare.

Piano piano affronteremo alcuni artisti e le loro opere cercando di leggerle nello specifico. Nel frattempo abituiamoci a guardare all’arte come ad un fenomeno strettamente legato alla vita, al microcosmo del nostro quotidiano e al sistema sociale e politico in cui questo quotidiano è inserito.