abbinamento cibo vino

Il gioco dei sensi

Di Massimo Iafrate

Non so se a voi è capitato mai di uscire una sera con la ferma intenzione di sedervi ad un tavolo di un ristorante con la simpatica compagnia di… voi stessi.
A noi “single per scelta”, questo tipo di cose, riesce meglio che ad altri.
Forse lo facciamo perché vogliamo dimostrare a noi stessi che possiamo “bastarci”, o forse perché il solo pensiero di dover cucinare, sporcare, pulire quella sera ci atterrisce. O magari invece, lo facciamo solo perché ne abbiamo voglia.
Sedere da solo ad un tavolo di un ristorante è per me come scendere da un treno in una piccola stazione, sedere tranquillo in disparte su una panchina vicino ai binari e fermarmi a guardare il passare incessante ed indaffarato dei vagoni delle vite altrui.
Una sera di queste, qualche giorno fa, nel ristorante del mio caro amico Angelo, in un locale dove non hai bisogno di consultare menù e carta dei vini tanta è la conoscenza e la fiducia, e quasi nulla la probabilità di sbagliare nello scegliere, aspetto sua sorella Emanuela per ordinare: la sempre sorridente cameriera ai tavoli.
Aspetto. Mi guardo intorno. Guardo passare le “carrozze” della vita degli altri, seduto felicemente sulla mia panchina.
Lo sguardo cade su due persone che, a pochi tavoli da me, parlano tra loro ingannando l’attesa.
All’aspetto tradiscono un’età non molto lontana dalla mia, ma sono certamente più giovani, più acerbi.
Lei, persa negli occhi di un lui molto pieno di sé.
Lei, con una carnagione bianca di porcellana delicata, dà una sensazione di dolcezza infinita. Una persona che nasconde dentro di sé un mondo, un universo di emozioni che manifesta e che chiaramente vuol condividere con lui. È il gesto impercettibile di avvicinare la mano sul tavolo in cerca di quella del compagno a tradirne l’intenzione.
Lui, che parla senza prestare attenzione a chi lo ascolta, è disattento. Ancor più indifferente verso l’unica persona che lo sta effettivamente “sentendo”.
La sua distrazione, la sua insensibilità – quella di non accorgersi del gesto di lei – conferma le mie intuizioni.
I suoi gesti sono eccessivi, troppo veloci, indicatori, sono in completa dissonanza con una storia che non ha bisogno di enfasi per essere raccontata.

Dà l’impressione di essere una persona priva di equilibrio interiore: “urla” il suo pensiero contrario al pensiero degli altri senza convincere neanche sé stesso.
Gli uomini, ed io per primo, lasciano che le sensazioni del mondo che li circonda divengano percezioni riconosciute e decodificate, servendosi delle conoscenze più profonde e radicate, utilizzando i mezzi che sentono più affini, così da arricchire la propria mappa del mondo.
Io amo comunicare. Questo vuol dire fermarsi ad ascoltare e osservare.
Io amo degustare ed abbinare. Questo vuol dire soppesare, valutare e decidere.
Osservare quella coppia mi ha immediatamente portato alla mente un abbinamento.
Lei delicata, di porcellana, con un cuore nascosto all’interno, pieno di emozione. Una bellissima mozzarella di bufala.
Una mozzarella con la “buccia” liscia, lucida, croccante che nasconde dentro un mare di sapore e di liquido, pronto ad esplodere se solo qualcuno “capace” si fosse preso la briga di aprirla con esasperante delicatezza. Bellezza, gusto e percezioni sorrette da una sapidità sobria e mai eccessiva. Il tutto ravvivato da una “fresca”, leggera, tendenza acida. Proprio come lei mi appariva.
Lui un “rosso troppo giovane” come se ne trovano tanti, purtroppo, in commercio.
La fretta ed il bisogno delle aziende di monetizzare, di vendere, le spinge sempre più a forzare i tempi con il risultato di offrire al cliente un prodotto, spesso, ancora acerbo.
Lui, dicevo, un rosso impetuoso ancora lontano da un sobrio equilibrio. Un rosso che afferma sé stesso più di ogni altra cosa, che non si piega a compromessi, che non ha l’eleganza della maturità, l’eleganza del saper donarsi.
Un susseguirsi di percezioni non composte, che sovrastano le dolci e delicate caratteristiche di chi ha al suo fianco, e come spesso succede, un tannino non maturo, aggressivo. Abbinato alla sottile tendenza acida e sapida di fondo di lei, non lascia altro in bocca che una spiacevole percezione di amaro. L’amaro che si prova nel guardare due persone così distanti.
Vagando con i sensi piacevolmente allertati da questo “gioco” che mi sta entusiasmando, la mia attenzione viene catturata da una coppia che, appena entrata, si dirige ad un tavolo ancora libero.
Belli. La classica coppia all’apparenza “perfetta”. Lui bel fisico, vestito con cura e senza lasciare nulla al caso, precede la sua lei che non lascia, a sua volta, scampo.
Una bellissima donna che al passaggio catalizza gli sguardi e l’attenzione della platea maschile, tanto quanto suscita le occhiatacce di mogli poco inclini a tollerare gli apprezzamenti e gli sguardi torvi dei loro mariti.
Sembra uscita dalla copertina patinata della rivista più trend di moda donna.
Lui si accomoda, parla rivolgendosi a lei con una calma studiata, sembra però che parli da solo, che dica le cose per sé. Mentre discorre guarda in maniera ricorrente tutto intorno, come per compiacersi dell’alto tasso di gradimento.
Lei, invece, sembra essere su un altro mondo. Non ha per nulla bisogno di valutare quanto interesse riscuote, lancia solo sguardi distratti e di sufficienza a chi l’ammira, come per dire: “Lo so che vi piaccio, ma non mi abbasso a voi”.
Lui con personalità ed autostima importanti, con una voglia di affermarsi e di piacere malcelati. Lei, con la sufficienza propria di chi sa su cosa far leva, si lascia ammirare. Consapevole di essere quello che vuole: una donna desiderata.
Lui mi fa pensare ad un pecorino. Deciso nel gusto, espande il proprio aroma in sala con un carattere formato da una lenta maturazione, ma lontano da un buon affinamento. Guardando lei, invece, sembra di avere nel calice un bianco strutturato del Friuli. Un vino tanto piacevolmente “costruito” e sorprendente alla vista e all’olfatto, quanto “corto”, a volte, al gusto. Un vino che chiude spesso con una percezione di amaro alla base della lingua. L’amaro di scoprire che una persona dalla spiccata bellezza, può trasmettere un’altrettanta spiccata aridità.
Due binari che sembra non abbiano alcuna possibilità di incontrarsi.
E poi l’ho notato…
Guardo estasiato l’armonia di un “balletto” a pochi tavoli di distanza, in disparte.
Lui parla con lei, entrambi persi nell’anima dell’altro. Ogni volta che lui si sporge verso la compagna, con un sincronismo perfetto, lei gli va incontro: sembra volere, avvicinandosi, donarsi a lui.
Un dialogo fitto fitto, fatto raramente di parole, fatto di gesti d’assenso, di sorrisi dolci, di chiari segnali di profondo gradimento.
Le mani spesso si cercano e si sfiorano sul tavolo, senza alcuna coscienza di farlo. Ogni sguardo, ogni movimento mai fine a sé stesso, ma sempre teso nella ricerca dell’altro.
Se qualcuno si fosse preso la briga di “caricarli”, tavolo compreso, per portarli fuori nel bel mezzo della strada, loro non se ne sarebbero nemmeno accorti.
La cosa più stupefacente è che oltre quella che si percepisce chiaramente come un’unica entità, una fusione di sensazioni e sentimenti, rimangono comunque ben distinte e visibili due straordinarie singolarità.
Un uomo ed una donna per poter vivere un amore, per poter condividere una vita devono essere dapprima degli individui ben delineati, delle salde unicità.
Solo così una persona può donarsi veramente all’altra. Non quindi un tentativo di colmare le proprie mancanze, riempire i propri vuoti con le certezze dell’altro, e nemmeno un invadere ed essere invasi. L’amore non ci travolge e stravolge, ma ci abbraccia.
È così negli abbinamenti: nessuno dei due prevarica l’altro, ma in un temporaneo fondersi nell’abbraccio si creano percezioni nuove, più complete. Un insieme di sensazioni e sentimenti unici.
La più importante concordanza in un abbinamento è la struttura, tanto un piatto è strutturato tanto deve esserlo il vino, questo spiega il tutto definitivamente.
Abbinare perfettamente è come vivere un amore, un’amicizia che dura tutta una vita.
Lui, un elegante e vivace spumante metodo classico, maturato lentamente in bottiglia sui propri “lieviti”. Un uomo che trae la sua maturità da un lungo affinamento e dalle rifermentazioni di una vita pienamente e coscientemente vissuta.
Un uomo che ha costruito la sua maturazione vivendola nella “propria bottiglia”, senza lasciare che altri la vivessero per lui in un grosso contenitore.
Tutte quelle fini ed eleganti bollicine, quel suo brillante perlage, mi risulta molto composto, mai eccessivo, ma soprattutto sorretto da una profondità di aromi, imponenza del corpo che piacevolmente lo completano.
Lei sbarazzina, sempre sorridente, all’apparenza fragile e delicata, nasconde dietro uno sguardo profondo e cosciente un’ampia e complessa personalità. L’aroma delicato e fragile di un caprino fresco francese che stupisce per l’imponenza delle sensazioni, per la durata delle percezioni che riescono a donare in un equilibrio perfetto. L’imponenza nascosta dietro una sottile fresca acidità. Una donna che, all’apparenza fragile e delicata, la vita ha reso intensa, profonda e piena di interessanti sfaccettature.
La maturità di lui, celata dietro una bellissima effervescenza, si fonde con la profondità di lei, con l’imponenza del suo essere donna. La freschezza di lei, la penetrante acidità, sono stupendamente in sintonia con la decisa ed elegante effervescenza di Lui.
Sembra che ogni tassello di una bellissima unione trovi, come per magia, il suo preciso collocamento.
Guardarli, osservarli mi dona una profonda sensazione di serenità e di completamento.
“Il tuo antipasto, Massimo”
Il sorriso di Emanuela mi risveglia dalle mie riflessioni, mentre ancora assorto nei pensieri lo sguardo vaga a pochi tavoli di distanza, in disparte.
Mi chiedo spesso una cosa: se nella vita non avessi imparato a degustare, ad affinare i miei sensi, non mi fossi sforzato di capire me stesso per comprendere meglio gli altri, quanto diversa e piatta sarebbe stata la mia esistenza?
Quanti “vagoni” avrei visto passare senza rendermi conto che anch’io, esisto?

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