Arte Contemporaneaarte e vino

ANDY WARHOL: il profeta della società globalizzata.

Andy Warhol era un uomo fortemente contraddittorio.

Come scrisse Daverio che lo conobbe personalmente: “Era una continua serie di gag, che davano importanza ad una vita che era, in realtà, drammaticamente piena di complessità”.

Era profondamente cattolico (chi lo avrebbe mai detto?!) e omosessuale.

Tenero e aggressivo.

Nato Negli Stati Uniti, ma di origini slovacche.

Era un uomo che parlava poco e non rideva quasi mai.

Cinico, “una persona molto profonda nel suo essere superficiale” lo definisce la Barzini.

Vive in un’America divisa tra due pulsioni: quella dei figli dei fiori, dei teatri, dei concerti, dei poeti e dei mercatini e della cultura underground, l’America di quelli che volevano cambiare la società, riunirsi per inventare un mondo migliore.

E poi quella di Jacqueline Kennedy e dei club, dove potevi essere invitato solo se facevi parte di una lista di nomi.

Poi c’era la fantascienza, la plastica, l’industrial design e la spinta verso il futuro.

Andy Warhol era la calamita al centro di tutto questo.

Gaia Guarienti definisce questo periodo come “un clima di consumi e aspettative, un’America che amava Bob Dylan e i Beatles, Kennedy e Martin Luther King, mentre fa surf sulle spiagge di Los Angeles, mentre le navi partono per la guerra del Vietnam”.

Per Andy Warhol fu subito chiara l’importanza di apparire e farsi notare in un mondo che è comunicazione e immagine, quel mondo che Guy Debord battezzò poi con il nome di “Società dello spettacolo”.

Quelli sono stati gli anni in cui la nostra società, per come la conosciamo oggi, ha mosso i suoi primi passi.

Warhol ha colto, come nessun altro prima di lui, il potere dei mass media e della pubblicità in una società in continua trasformazione.

Non bisognava più essere selettivi, ma lasciare che tutto ti entrasse dentro simultaneamente.

Bisognava abbandonare l’arte come gesto manuale e renderla il più possibile impersonale.

Con il pop l’arte smette di essere un moto interiore, perché il pop viene dall’esterno.

Si era IMMERSI nel pop.

Warhol e la pop art non furono dei “furbi”, delle scatole senza contenuto come capita spesso di sentir dire, ma i grandi profeti del nostro mondo globalizzato:

“Dare un’etichetta a qualcosa significa fare un passo decisivo, perché non si può più tornare indietro, non si può più tornare a vedere quella cosa senza la sua etichetta. Quello che vedevamo era il futuro, e lo sapevamo. Guardavamo le persone muovercisi dentro senza saperlo: i loro pensieri appartenevano ancora al passato, e al passato facevano riferimento. Ma bastava soltanto sapere di essere nel futuro per entrarci.”

 

 

Nella foto due serigrafie di Andy Warhol, la famosa zuppa Campbell e le belle etichette pop dei vini United Colors Of Wine di Andrea Marchetti.

 

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