Cesanese del Piglio DOCG: destinato all’olimpo delle migliori denominazioni italiane.

Cesanse del Piglio DOCG: Io e Stefano Matturro tra i vigneti

Chi può dire di conoscere bene, al di fuori dei confini della regione Lazio, questo bellissimo territorio che ricade nell’areale del Cesanese del Piglio DOCG? Personalmente, prima di trasferirmi a Roma qualche anno fa lo ignoravo quasi completamente.

Un problema di comunicazione? Anche, ma non solo.

Ad intessere le sorti sfortunate di una zona che per costituzione era (ed è) destinata all’olimpo delle grandi denominazioni italiane, è stato l’intreccio di diversi fattori, primo tra tutti quello culturale e politico.

Nello srotolarsi degli anni, si sono susseguite una gestione poco efficiente e trascurata dei vigneti, un approccio amatoriale alle pratiche in cantina, l’inseguimento del mercato romano a discapito della qualità della produzione, la poca coesione dei produttori e la mancanza di una visione: necessaria per la crescita di un territorio.

Infine, le leggi avverse e l’abbandono progressivo dei terreni hanno ridotto il suolo vitato ad una manciata di ettari negli anni Novanta.

Crescere all’ombra della maestosa capitale non sarebbe stato facile per nessun territorio. Certo, è paradossale che la città eterna, culla della civiltà che ha dato vita alla maggior parte dei vini esistenti oggi (per approfondimento “Roma Caput Vini”), sia stata anche ragione di ostacolo.

Una veduta della docg Cesanese del Piglio

La tendenza però è cambiata e sta cambiando.

I produttori di oggi hanno una maggiore sensibilità ambientale. C’è un’attenzione più spiccata nei confronti delle micro-differenze di suolo e clima che fa guardare verso una possibile zonazione del territorio. La mentalità, fortunatamente, sta diventando più imprenditoriale.

L’investimento recente di Giovanni Negri in queste zone, produttore di Barolo (e autore del libro sopra citato), è un segno che sicuramente fa ben sperare.  In un’intervista dello scorso anno, Giovanni Negri aveva dichiarato: “Il Cesanese è un vino che, secondo me, è criminale vendere a meno di 25 euro a bottiglia. Però bisogna farlo bene” ed è proprio quello che sta succedendo grazie al lavoro e all’impegno di piccoli produttori che meritano di essere conosciuti.

Una storia sofferta insegna a fare meglio.

In questo territorio la viticoltura è storia antica e travagliata. Ha conosciuto fortune alterne, è stata “abbandonata”, ripresa e riscoperta.

Il nome del vitigno “cesanese” denota un’origine risalente all’epoca romana, sia che l’etimologia del nome arrivi da “cesarea” (= di Cesare) o da “caesae” (= luogo dagli alberi tagliati) riconducibile alla colonia romana sorta in zona, che iniziò a piantare le vigne lungo i pendii della vallata abbattendo gli alberi e riducendo le zone boschive.

Ci sono testimonianze che parlano dell’interesse per il vino prodotto sul posto da parte dell’imperatore Nerva (26-98 dc) e nel medioevo da parte di Federico II di Svevia. Si ritrova il vino cesanese sulla tavola dei papi Innocenzo III (1161-1216) e poi di Bonifacio VIII (1230-1303).

Ma sebbene la viticoltura, in questo territorio particolarmente vocato è stata precoce, la consapevolezza sicuramente è stata tardiva.

La viticoltura della zona nell’Ottocento

Nella monografia di Camillo Mancini (1888) dal titolo “Il Lazio viticolo e vinicolo” (lo potete trovare in .pdf) si parla di una viticoltura che traeva spunto dalla tradizione della vicina Campania, più esattamente dal sistema viticolo della provincia di Caserta: viti sorrette da “sistemi viventi”, le così dette “viti maritate” di cui oggi si può trovare ancora qualche esempio. Queste vigne si chiamavano “albereti”.

I coloni di allora non badavano molto all’orientamento o alla pendenza del terreno e nemmeno si occupavano dello scolo delle acque, lasciando che i terreni diventassero umidi e danneggiassero le viti.

La media dei coltivatori aveva purtroppo una gestione sciatta del vigneto, totalmente diversa per esempio dall’attenta e precisa gestione che avveniva in Toscana nello stesso periodo.

Le viti impiantate erano di diverse varietà, si mescolavano uve bianche ad uve nere, precoci e tardive, molto o poco produttive con una evidente preferenza per le uve bianche.

Bisogna aspettare la seconda metà dell’800 perché qualche coltivatore illuminato iniziasse a selezionare le varietà, puntando sui vitigni a bacca rossa di maggior pregio piuttosto che su quelle bianche di grande produzione.

La viticoltura della zona nel Novecento

Fino a metà del ‘900 i proprietari dei terreni li davano quasi tutti in colonia. Si trattava di appezzamenti piuttosto piccoli. Il vino cesanese, a quei tempi, era conosciuto soprattutto nella sua versione dolce e frizzante, dovuta alla rifermentazione spontanea del vino già imbottigliato. L’approccio al vigneto e alla vinificazione si poteva forse considerare ancora a livello “amatoriale”.

Alcuni dei vigneti erano stati piantati più di cento anni prima, invecchiavano e cominciavano a morire attaccati dalla fillossera, apparsa al Piglio solo dopo la guerra. Dalla Coldiretti venivano appelli di cooperazione, ma il concetto di “cooperazione” in zona è stato avversato per lungo tempo. La Cantina Sociale del cesanese del Piglio nasce sulla carta nel 1960.

Nel 1963 la legge che trasformava le colonie perpetue in enfiteusi, con la conseguente sostituzione del prodotto in natura con un canone annuo da versare in denaro, pose fine rapidamente al conferimento dell’uva alla cantina da parte dei “possidenti”, bloccò l’impianto dei vigneti a cui erano obbligati i coloni per mantenere in vita la colonia, ed impedì ai proprietari di reimpiantare i vigneti sui terreni lasciati incolti dai coloni.

Inizia il fenomeno dell’abbandono delle campagne (che in realtà non interessa solo il Lazio), i giovani vengono attratti dalle città e dalla fiorente industria nella Valle del Sacco, inizia così a mancare anche il cambio generazionale degli addetti ai lavori, specialmente tra le imprese più piccole.

Insieme all’abbandono delle campagne diminuiscono progressivamente gli ettari vitati. Nemmeno l’ottenimento della DOC nel 1973 inverte la tendenza. Il vino prodotto in questo periodo veniva spesso tagliato con il montepulciano e con vitigni internazionali, dandogli una veste dal colore scuro, dal sapore intenso e dal corpo robusto. La domanda di vino che arrivava da Roma (principale mercato) porta i produttori a realizzare bottiglie a basso costo e conseguentemente, in moti casi, di bassa qualità. Il mercato romano inizia a richiedere vini prevalentemente bianchi, dando un ulteriore colpo al settore. Alcuni produttori temerari, pur di non mollare, iniziano a vinificare in bianco il cesanese.

A fine degli anni ’80 precipitano i prezzi dei vini rossi, si assiste al crollo dei consumi pro capite in tutta Italia e alla politica d’aiuti economici per l’espianto dei vigneti. Vedendo i produttori più grandi tagliare, i piccoli iniziarono a tagliare anche loro. Continua la diminuzione dell’area vitata. Si arriva senza grossi miglioramenti (anche in termini di qualità) fino agli anni ’90.

Strada che si inoltra nei vigneti nella zona del Cesanese del Piglio DOCG

È con l’inizio del nuovo millennio che si inizia ad invertire la tendenza.

Viene posta l’attenzione sulle caratteristiche del vitigno, viene progressivamente recuperato il paesaggio vitato che era stato abbandonato, dando però maggiore attenzione alle caratteristiche del suolo e dell’ambiente e al rapporto con il vitigno stesso.

Si inizia a perdere l’identità del cesanese come “vinello locale” per trasformarsi in ciò che è o può essere: un vino sfaccettato, complesso e potenzialmente longevo che non manca di una certa grazia se sapientemente vinificato.  

Nel 2008 si ottiene la DOCG.

Si continua a lavorare per innalzare sempre di più la qualità del vino e per far (ri)conoscere questa “nuova realtà”.

La storia di questa zona, come hai letto, è travagliata e altalenante, ma come capita spesso alle vite un po’ sofferte, si trasformano in vite profonde e bellissime.

Questa sono certa sarà la sorte di questa virtuosa denominazione.

Il “terroir” del Cesanese del Piglio DOCG: suoli e clima. Verso un’auspicabile zonazione.

Ci troviamo nella parte più bassa del Lazio vitivinicolo, nel circondario di Frosinone e in un’area che si estende fino ai confini di Roma: un paesaggio di notevole bellezza. Immagina i vigneti che si appoggiano sulle vallate e sulle pendici dei Monti Ernici, la catena montuosa che divide il Lazio dall’Abruzzo. Il versante esposto ad Ovest di questa catena, quello che interessa la nostra denominazione, è più articolato e meno ripido di quello esposto ad est.

Clima, esposizione, altitudine

Le vigne si alternano a numerose zone boschive, il clima è mediterraneo e l’esposizione prevalente è verso Sud e verso Ovest, i versanti più vocati per la viticoltura, dove l’insolazione presenta un massimo accumulo termico nelle prime ore pomeridiane e prosegue più a lungo rispetto agli altri versanti.

La forte insolazione è mitigata dalla brezza marina, mentre i monti proteggono i vigneti dai venti più freddi assicurando alla zona un clima mediamente temperato.

L’escursione termica giornaliera è rilevante, te ne accorgerai soggiornandoci anche una sola notte in piena estate.

La maggior parte dei vigneti è posto a quote comprese tra i 208 e i 400 m s.l.m., ma una piccola percentuale li supera, arrivando fino addirittura i 700 m s.l.m. L’intervallo di altitudine considerato il più favorevole alle pratiche viticole in questa zona è quello tra i 300 e i 400m s.l.m.

Suoli

I terreni presentano composizioni molto differenti tra loro e le loro proprietà, inserite in una zona climaticamente piuttosto omogenea, definiscono delle sottozone capaci di influenzare le caratteristiche delle uve coltivate e di conseguenza dei vini prodotti.

I litotipi maggiormente affioranti nell’area sono quelli vulcanici e quelli arenacei.

I litotipi vulcanici originano forme più dolci rispetto alle forme legate all’affioramento dei litotipi arenacei e la maggior parte dei vigneti della zona sono distribuiti su superfici aventi un substrato costituito da depositi vulcanici piroclastici.

Dai litotipi vulcanici si originano suoli di notevole spessore, con tessitura franco-limosa o franco-argillosa, un pH medio da neutro a subacido, una bassa densità apparente, una elevata capacità di scambio cationico, un drenaggio variabile da buono a mediocre, una buona riserva idrica e un buon contenuto di potassio.

Uno studio risalente al 2012 individua nella zona 6 classi vocazionali dei suoli, e sostiene che il 60% dei vigneti ricada nella classe A e B (le più alte per vocazione). Sostiene che in questi areali è possibile produrre vino di alta qualità, e che le caratteristiche del substrato e del suolo che insiste su di essi condizionano fortemente ed in senso positivo l’attività vegetativa della vite e i caratteri organolettici dei vini, determinando l’originalità e la tipicità del vino cesanese.

(Parte delle informazioni sono tratte dalla tesi di dottorato: “Zonazione viticola e tracciabilità geografica di vini di pregio attraverso analisi geochimiche: un caso di studio nell’area di produzione del vino Cesanese” di Andrea Bollati)

L’unica DOCG rossa laziale: il disciplinare di produzione.

La DOC è arrivata nel 1973 e la DOCG nel 2008. La zona di produzione del Cesanese del Piglio DOCG ricade nella provincia di Frosinone. Estendendosi fino al confine di Roma comprende i comuni di Piglio e Serrone e parte dei comuni di Anagni, Acuto e Paliano. Si estende per circa 153 Km2 ­

Vitigni consentiti

Il vino è ottenuto per un minimo del 90% da Cesanese Comune e/o Cesanese d’Affile e per il restante 10% da uve rosse idonee alla coltivazione per la regione Lazio.

Rese

La densità per i vigneti impiantati non può essere inferiore a 3000 ceppi per ettaro e la produzione massima di uva ad ettaro (t./ha) è di 11 per il Cesanese del Piglio DOCG e 9 per il Superiore. La produzione massima di vino per ettaro (hl/ha) è di 71,50 per il Cesanese del Piglio e 58,50 per il Superiore.

Tempi di invecchiamento

Per il vino Cesanese del Piglio l’immissione al consumo è consentita non prima del primo febbraio dell’anno successivo alla vendemmia; per il vino Superiore l’immissione al consumo è consentita non prima del primo luglio del secondo anno successivo alla vendemmia.

Queste due tipologie, se hanno un titolo alcolometrico non inferiore al 14% e fanno un minimo di 20 mesi di invecchiamento (di cui 6 in bottiglia) possono fregiarsi della menzione aggiuntiva di “Riserva”.  

Le caratteristiche del vino

Rosso rubino con riflessi violacei che tendono al granato con l’invecchiamento, colore non particolarmente intenso.  Odori tipici del vitigno di base con note floreali e fruttate, un profumo caratteristico di visciola e corbezzolo. Sapore leggermente amaricante, morbido, vellutato e di buona struttura. Mediamente tannico.  

Se ti interessa puoi leggere il disciplinare.

Il cesanese: un vitigno nobile e sottovalutato

Quando si parla di Cesanese del Piglio si sta parlando di una denominazione di origine controllata e garantita (DOCG), ma quando iniziamo a discutere sulle uve con cui viene prodotto questo vino eccellente dobbiamo parlare di Cesanese Comune e di Cesanese d’Affile (quest’ultima è anche una DOC, così tanto per confonderci un po’ le idee).

Si tratta di due biotipi che differiscono per alcuni tratti morfologici. L’incidenza della varietà “comune” è marginale rispetto all’altra. Il Cesanese è iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite dal giugno del 1970. È sicuramente interessante guardare questo vitigno con gli occhi di chi se ne prende cura ogni giorno. Un vitigno complesso e affascinante. Il cesanese è tra i vitigni a bacca scura quello che più di tutti si identifica con la regione Lazio.

Un grappolo di cesanese d'Affile

La pianta di cesanse

Con leggere differenze tra il Cesanese Comune e il Cesanese di Affile, il grappolo è di media grandezza, alato e mediamente compatto. L’acino è anch’esso medio, con buccia consistente, spessa, molto pruinosa.

La pruina è un velo ceroso che si deposita sulla superficie di alcuni frutti e ha per gli acini funzioni importanti:

  1. Permette di trattenere i lieviti spontanei
  2. Protegge l’acino da attacchi parassitari
  3. Protegge dai raggi ultravioletti, dal troppo calore e impedisce l’eccessiva disidratazione.

Il colore è nero violaceo.

Ha difficoltà di maturazione a quote troppo elevate o in zone poco esposte.

Preferisce forme di allevamento di media espansione con potatura media o corta. È sensibile a molte malattie crittogamiche e soffre spesso di colatura del grappolo.

Il cesanese comune ha foglia e acini più grandi del cesanese d’Affile, quest’ultimo è ritenuto più adatto alla produzione di vini complessi e longevi.

Il Cesanese d’Affile si esprime meglio del Cesanese Comune sui terreni poco fertili derivati da calcari e arenarie tipici del comprensorio di Piglio e delle zone circostanti.

Cesanese del Piglio: alcune cantine che non potete perdere.

Questa selezione chiaramente è personale, fatta sulla base di assaggi comparati. Approfondirò prossimamente le ragioni della mia scelta con articoli dedicati ad ognuna di queste cantine e ai vini provati.

Nel comune di Piglio: L’Avventura Azienda Agricola*, La Visciola e Maria Ernesta Berucci.

A Paliano troviamo invece: Alberto Giacobbe.

Nel comune di Anagni: Coletti Conti

Se siete interessati, potete trovare altri produttori attraverso il sito del Consorzio di Tutela Cesanese del Piglio.

*Collaboro con l’azienda agricola L’avventura, ma tengo a precisare che la collaborazione è nata dopo aver apprezzato i loro vini e non viceversa.

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