Famiglia Demelas: il cuore del Mandrolisai

Famiglia Demelas: ritratto di famiglia in vigna

La Sardegna è conosciuta principalmente per la sua costa: spiagge di sabbia bianca e acqua cristallina, ma c’è una Sardegna meno conosciuta, misteriosa e magica, quella dell’entroterra. Un luogo per cui vale la pena prendere un traghetto e guidare per ore su strade più o meno segnalate e più o meno illuminate. Una Sardegna a tratti brulla e a tratti boschiva, arroventata spesso dal sole ma piena di ombre.

Nella provincia di Nuoro, dove si trova la DOC Mandrolisai (l’unica denominazione sarda che prende il nome dal territorio) ci sono stata solo un paio di volte; se arrivi sull’isola in aereo dovrai noleggiare una macchina per andarci.

Guidare per le strade deserte dell’entroterra sardo è una sorta di meditazione. I finestrini abbassati a far entrare con l’aria il profumo del mirto e dell’elicriso.

Anche allontanandoti dalla costa ti raggiunge sempre e comunque l’odore del mare, che sembra accarezzare i lecci, il sughero, il fico d’india e il rosmarino. Una natura incontaminata dove regna la macchia mediterranea ricca di ginestre, erica e ginepri, castagni, oleandro e lentisco.

Un tour attraverso i sensi se hai imparato a respirare.

Lorenzo abita qui, nel Mandrolisai, un luogo dove la viticoltura si pratica da secoli o forse millenni e si tramanda di generazione in generazione. Lui è un membro della Famiglia Demelas, il termine “famiglia” gli è molto caro e mi chiede fin da subito di utilizzarlo al posto di cantina.

Già questo dovrebbe far capire la dimensione di questa realtà, che ha fatto della semplicità e dell’umiltà i valori alla base delle sue scelte.

“Il nostro punto di forza è essere noi stessi, quindi il capitale umano è al centro: nessuno al mondo sa essere Damiano come riesce ad esserlo Damiano, o Roberta come riesce ad esserlo Roberta, o ancora Lorenzo.”

Dicendomi questo Lorenzo sembra aver compreso anche il segreto della comunicazione, ma infondo non me ne stupisco, perché tra le righe di una conversazione semplice improntata sul vino, trasmette con disinvoltura e un’inesauribile gentilezza, la sua vasta cultura e un’intelligenza brillante.

La famiglia Demelas coltiva la vite da molto tempo, negli anni ’80 il padre di Lorenzo e gli zii producevano ognuno per conto loro il vino da condividere con gli amici, è stata un’idea della nuova generazione quella di unire le energie per dar vita a dei vini rappresentativi del Mandrolisai.

La DOC Mandrolisai

La denominazione Mandrolisai certamente non è tra le più conosciute al di fuori della Sardegna, è l’unica DOC che prevede un uvaggio al posto del monovitigno con tre tipologie di vino: Rosso DOC, Rosso Superiore DOC, Rosato DOC. A livello percentuale, le uve, tutte autoctone, sono:

– Bovale sardo non meno del 35%;

– Cannonau dal 20% al 35%;

– Monica dal 20% al 35%,

alle quali si aggiunge un possibile 10% di altri autoctoni, come: Barbera Sarda, Niedda Manna, Pascale, Carignano, Girò, Nieddera. Come fa notare Lorenzo una bella complessità, che rappresenta anche la biodiversità del territorio. Meno del 20% del territorio è occupato da vigneti, il restante è coperto da boschi, pascoli, frutteti e orti.

La vicinanza del monte Gennargentu (con altitudini che superano i 1800 m.s.l.m.) assicura all’areale delle correnti fresche che aiutano a mitigare le temperature estive, migliorando il corredo aromatico delle uve e garantendo la corretta maturazione.

Gli inizi

La prima vendemmia imbottigliata è la 2019 e sono entrati sul mercato nel 2020, in piena pandemia.

Mi racconta che l’intento è nato molto prima, ma che le annate 2017 e 2018, una totalmente siccitosa e l’altra piovosa con grandinate non gli hanno permesso di mettere in pratica il progetto nei tempi che si erano immaginati: “Gli agricoltori vanno incontro a questo” e mi cita Giovanni Lindo Ferretti “La retta è per chi ha fretta, non conosce pendenze, smottamenti, rimonte” e continua dicendo che è dopo aver superato i momenti difficili che si riesce a gioire di più dei risultati.

Hanno cominciato producendo 4000 bottiglie divise tra due etichette: Giuàle e Domo. Lorenzo mi dice che Giuàle terrà sempre una produzione di 2000 bottiglie, annate permettendo, mentre Domo è destinato ad una produzione maggiore, ma specifica: “non troppo però, la crescita sarà contenuta nei numeri perché siamo una piccola azienda”. Una piccola azienda con nuovi progetti che bollono in pentola, ma per cui mi dice che bisogna avere un attimo di pazienza, ma visto che ho aspettato a scrivere questo articolo, nel frattempo è uscita anche la loro terza etichetta: Giogu, un cannonau 100% (Cannonau di Sardegna DOC).

I vigneti: suoli, altezze, vitigni, impianti.  

Lorenzo e Damiano in vigna con un calice in mano

La famiglia Demelas ha poco più di 4 ettari nel territorio di Atzara (NU).

Si trovano tutti a brevissima distanza tra loro, quasi adiacenti, ad una quota di circa 500 m s.l.m, eccetto uno, di qualche km più distante, che si aggira intorno ai 580 m. Tutti i vigneti si trovano su terreni da disfacimento granitico, con delle sabbie più o meno grossolane, scheletro a seconda del vigneto, e percentuali di argilla variabili.

Praticano agricoltura integrata. Per loro è il modo migliore per armonizzare produzione, rispetto dell’ambiente, del tempo e della salute e sicurezza di chi lavora. Usano esclusivamente un piccolo trattore cingolato “compatta meno il terreno rispetto ad un gommato”; tutte le altre operazioni in vigna sono manuali, dalla potatura, alla zappatura, alla vendemmia. Usano anche pratiche agricole come il sovescio, per migliorare l’apporto dei nutrienti nel terreno.

Per Lorenzo le pratiche ambientali sono fondamentali, del resto lui arriva da un percorso di studi in Ingegneria Ambientale e dalla conoscenza dei sistemi di gestione ISO, nei suoi intenti c’è l’idea di abbracciare qualche progetto che va in questa direzione.

I vitigni sono quelli tipici del Mandrolisai, con percentuali che variano di vigna in vigna, equamente divisi tra due scelte di allevamento: alberello tradizionale e doppio cordone speronato. Hanno deciso, per valorizzare le caratteristiche di ogni singola parcella, di vinificare le uve di ciascun vigneto separatamente.

In cantina: una pratica ecosostenibile.

Le uve in ingresso, pigiate e diraspate, vengono avviate su serbatoi in acciaio inox per la fase di fermentazione, che avviene a temperatura controllata. Una volta svinato e pigiato le vinacce, i mosti seguono percorsi diversi a seconda dell’obiettivo enologico: nuovamente acciaio, o legno, che nel loro caso è rovere americano. Dalla vendemmia alla malolattica i vini vengono analizzati almeno una volta alla settimana.

Gli chiedo di raccontarmi qualcosa di particolare che fanno in cantina:

“Prima che arrivino le uve pigiate, all’interno dei serbatoi di acciaio, in corrispondenza delle valvole di uscita, poniamo dei rametti di asparago selvatico, l’asparagus acutifolius; questa è una pianta che non rilascia alcun sapore, e il suo scopo è quello di comportarsi da filtro. Per cui, quando dobbiamo svinare, apriamo la valvola, ed il mosto scorre senza portare dietro nessuna parte solida, che rimane all’interno. Roba vecchia scuola, ed ecosostenibile!”

Damiano è il responsabile in vigna e in cantina e si muove secondo le istruzioni dell’enologo Pietro Cella, che Lorenzo descrive come grande professionista con cui hanno trovato una profonda sintonia.

Cercano di perseguire la loro idea di Mandrolisai lavorando in maniera scrupolosa prima in vigna e poi durante la vinificazione. L’intento è quello di produrre vini contemporanei puliti ed eleganti e vi confermo che ci stanno riuscendo.

Una comunicazione efficace

Visto il mio lavoro non potevo non chiedergli come gestiscono la loro comunicazione. Lorenzo mi dice che si tratta di un mix tra online e offline. Hanno un sito aziendale e hanno scelto di avere Instagram come unico social network (vogliono essere il più possibile focalizzati, dice). Organizzano visite e degustazioni in azienda, il modo migliore secondo lui per conoscere il territorio, la realtà e i prodotti. Partecipano ad eventi culturali e a manifestazioni in cui il vino dialoga con il cibo. Mi dice che prediligono gli eventi con un numero ridotto di persone, perché poter dialogare e magari trovare affinità per loro è fondamentale.

Lorenzo mi racconta che per loro vedere fotografie di persone felici che condividono i loro vini per occasioni conviviali speciali è una soddisfazione. Mi cita una persona che colpita dalla loro comunicazione basata sulla tradizione, sulla quotidianità, sulla condivisione e la famiglia, pur non conoscendo i loro vini, per poterli provare ha percorso 45 minuti di macchina fino all’enoteca più vicina: “Questo esempio ripaga tutto il lavoro che Famiglia Demelas sta sostenendo”.

Vi consiglio di andare a sbirciare il loro canale Instagram per vedere una comunicazione ben fatta.  Lorenzo in questo è un talento naturale!

Una suggestione

“Domo”, che in lingua sarda vuol dire casa, è il dialogo tra queste tre uve, e come in ogni casa, sotto lo stesso tetto troviamo caratteri diversi che spesso trovano l’accordo in nome di un affetto reciproco.

La struttura più esile del monica trova l’equilibro con il corpo possente del cannonau, che perde la sua opulenza a favore di un fisico più tonico, tenuto agile dalla vena acida del bovale.

È una questione di sinergie.

La giovinezza, che si esprime attraverso un timbro “vinoso”, racchiude il tono più adulto del ginepro, del bastoncino di liquirizia, della ciliegia matura.

Un sorso snello.

Ha una sapidità sottile come una leggera impuntura sull’abito.

Una profondità al momento frenata da un tannino che vuole ancora dire la sua, prima di trovare l’accordo.

È un vino che va abbinato, gli piace stare in compagnia.

La convivialità della tavola è il suo posto ideale.

Il sorso austero entra così in festa.

L’ho degustato insieme ad un saporito salame toscano: è stato un vero piacere.

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